Agenzie Fiscali Lazio - "A Fra'... che tte serve"?

Roma -

A ridosso degli appuntamenti elettorali che frequentemente irrompevano nella vita politica della Prima Repubblica, i candidati e i loro tirapiedi avevano l'abitudine, quasi istituzionale di promettere in cambio d'un voto, alloggi, posti fissi, trasferimenti e pensioni d'invalidità. Era quella la biasimevole pratica del voto di scambio, triste ricordo appunto della Prima Repubblica spazzata via dal vento di Tangentopoli e dalle inchieste Mani Pulite.

 

In questi giorni di campagna elettorale per il rinnovo delle RSU, a quasi vent'anni dalla fine della Prima Repubblica, quando i più ottimisti credevano che davvero l'Italia fosse diventata un posto migliore, ci pare di essere tornati indietro nel tempo. Come in un triste déjà vu, vediamo oggi qualcosa di già visto prima e crediamo che lo spettacolo durerà almeno fino al 22 novembre prossimo: di ufficio in ufficio, trafelati e con l'agenda piena di appuntamenti, si aggirano loschi figuri, spessissimo mai visti prima dai Lavoratori, che scimmiottando i meglio attrezzati faccendieri del tempo che fu, seminano promesse sperando di raccogliere voti.

 

Le promesse variano in base a un prezziario che sembra il frutto di attente ricerche di mercato: si va dalla scrivania nuova, al PC nuovo, al trasferimento, al trasloco, alla penna, matita, gomma e puntine da disegno. Chi più ne ha più ne metta. Tralasciamo di elencare tutte le voci della lista, che è ricca e davvero fantasiosa, e talvolta contiene pezzi di prestigio che forse hanno richiesto più dell'impegno al voto.

 

Ovviamente tutto ciò ha un prezzo, che i Lavoratori (tutti, anche quelli che non hanno ceduto alla logica del voto di scambio) pagheranno in "comode" rate: con la prima rata, essi vedranno i loro diritti trasformarsi in favori e le loro rivendicazioni collettive frantumarsi in mille richieste individuali; con la seconda rata essi pagheranno le conseguenze di una RSU che per tre anni sarà incapace di costruire un mondo di diritti, perché nel migliore dei casi saprà solo coltivare un orticello di favori.

 

La nostra organizzazione sindacale è un antidoto alla malattia del familismo; non perché noi non abbiamo una famiglia, ma perché la nostra vuole essere così grande da non poter essere gestita con le promesse ad personam. Noi non promettiamo al singolo, perché per uno accontentato ce n'è sempre uno fregato. Per questo preferiamo non pronunciare mai la frase, “a Fra', che tte serve„ e ci sforziamo di costruire faticosamente, spesso anche con esiti impopolari, un mondo di diritti per tutti. Non è il mondo che ognuno di noi sognerebbe, ma è l'unico possibile in cui stare tutti, e starci abbastanza bene.

 

Un segnale chiaro e forte ci indica che la via seguita è quella giusta: in questi anni siamo cresciuti e ci siamo rafforzati, sia per numero di preferenze sia per numero d'iscritti. Senza mai pronunciare quella frase, perché

 

per noi il TUO VOTO vale di più.

 

* La frase in questione venne attribuita al noto "palazzinaro" Caltagirone, che così si rivolgeva a Franco Evangelisti (braccio destro di Giulio Andreotti), per conoscere i suoi bisogni personali. Roba vecchia. O no?

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