Dogane. Uffici Unici: un'accelerata a folle

Roma -

Prima dell’estate la richiesta unitaria di una pausa di riflessione sugli Uffici Unici doveva servire, per noi, a fare il punto della situazione, ragionare su quali difficoltà si sono incontrate in passato e rivedere l’accordo per dare uno strumento alle trattative locali per superarle, in modo da accelerare un processo che troppo spesso si è rallentato in interminabili trattative, giusti stati di agitazione, difficoltà tecniche.

 

La pausa di riflessione è finita. A cosa ci ha portato? Provate a confrontare l’accordo del 2002 con quello firmato ieri e avrete la risposta: nulla è cambiato. L’accordo del 2002 è nella sostanza uguale a quello firmato ieri. Solo gli incentivi alla mobilità sono stati elevati, giustamente, se non fosse che vengono finanziati col Fondo per le Politiche di Sviluppo e quindi sono a nostro carico  anziché dell’Agenzia, che mette in conto la riforma ai lavoratori.

 

E’ di facile intuizione che se si esce dal campo della volontarietà nascono una serie di problemi, aggravati dal fatto che, se è discutibile pagare col Fondo la mobilità volontaria, è inaccettabile che lo sia un trasferimento d’ufficio: al danno si aggiungerebbe la beffa.

 

Prevedere drasticamente il ricorso alla mobilità d’ufficio è, in ogni caso, una regola che non possiamo accettare, un segnale sbagliato di un’amministrazione che per raggiungere il proprio obiettivo va avanti per la sua strada lavandosi le mani dei disagi che i suoi dipendenti potrebbero incontrare: troppo facile. La “scelta responsabile” non può essere questa, ma quella di impegnarsi a trovare tutte le soluzioni prima di accollare ai lavoratori ulteriori costi della riorganizzazione. Quello che ci sarebbe piaciuto leggere in questo nuovo accordo è che, se la mobilità volontaria dovesse rivelarsi insufficiente, si sarebbero utilizzati altri istituti quali la mobilità fra comparti diversi, l’assegnazione in via prioritaria delle nuove assunzioni presso le sedi carenti, un trasferimento graduale di competenze in attesa che un piano formativo finalizzato allo scopo produca i suoi effetti, lasciando alla mobilità d’ufficio il ruolo di extrema ratio, di eccezione alla regola talmente indesiderata da non essere prevista.

 

Per questo sarebbe stata necessaria una progettualità, che a tutt’oggi manca, in grado di dare una misura, seppur di massima, dell’entità degli spostamenti previsti, permettendo di monitorare la disponibilità dei lavoratori ad aderire alla mobilità volontaria e consentendo di trovare soluzioni agli eventuali problemi che si fossero presentati.

 

In più occasioni ci siamo sentiti dire dai massimi esponenti dell’Agenzia che l’obiettivo della riorganizzazione era quello di rafforzare il presidio del territorio. In tal caso, visto che la linea di confine non la possiamo spostare e nemmeno porti, aeroporti ed interporti l’affermazione non può che voler dire chiedere ai lavoratori uno sforzo professionale in tema di polifunzionalità, di integrazione di conoscenze accise-dogana che effettivamente realizzi una rete di servizi più capillare eliminando le attuali divisioni territoriali dei compiti. In qualche occasione può anche voler dire razionalizzare, unificandola, la gestione amministrativa del personale, liberando risorse per l’operatività.

 

In entrambi i casi, l’esigenza di mobilità riveste un ruolo marginale e può essere facilmente affrontata e risolta da una politica del personale mirata. E’ questo quello che ci hanno insegnato le esperienze del recente passato, quelle di Parma e Piacenza su tutte. Dove è stato tentato il ricorso alla mobilità coatta la conflittualità dei lavoratori è esplosa e si è intrapreso un cammino che ha ritardato le conclusioni positive, che sarebbero state raggiunte più velocemente se non ci fossero stati ostinati tentativi di tirare una coperta troppa corta. Tentativi incoerenti perché la grave carenza di personale dell’Agenzia delle Dogane fa vivere in perenne emergenza la gran parte dei nostri uffici, unici e non.

 

Chi pensa che la mobilità coatta sia una scorciatoia che acceleri il processo ha sbagliato i suoi conti


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