Innocenti evasioni o emergenza nazionale?

Evasione fiscale: tutti ne parlano ma nessuno fa nulla. E intanto i lavoratori dipendenti vengono massacrati di tasse...

Roma -

Anche quest’anno, puntuale come l’autunno e il raffreddore, arrivano le pessime notizie sul versante dell’evasione fiscale. Questa volta è la Corte dei Conti, per il tramite del suo presidente, a denunciare in Parlamento (audizione presso la Commissione Finanze e Tesoro del Senato, 3 ottobre 2012) la vergognosa entità del fenomeno evasione fiscale. I numeri dicono che l’evasione fiscale per le sole imposte IVA e IRAP (che rappresentano la quinta parte del gettito fiscale del Paese) ammonta a circa 46 miliardi di euro.

C’è un’altra cifra che inchioda la classe politica, la burocrazia e la tecnocrazia italiane alle loro gravi responsabilità: negli ultimi quarant’anni l’evasione fiscale ha prodotto un’enorme lievitazione del debito pubblico che dovrebbe essere di poco superiore ai 1200 miliardi, contro i quasi 2000 miliardi attuali. Mancano quindi all’appello circa 800 miliardi che sarebbero entrate nelle casse statali se tutti avessero pagato le tasse come le hanno pagate i lavoratori dipendenti. Infine, basti sapere che l’Italia è il terzo paese al mondo per evasione fiscale preceduto solo da Turchia e Messico e che lavoro autonomo e reddito d’impresa continuano ad essere le due categorie reddituali a più alta propensione all’evasione fiscale.

Accanto a queste cifre impietose dobbiamo mettere il fatto che il peso della tassazione in questi quarant’anni si è lentamente e progressivamente spostato verso i settori meno ricchi della popolazione fino a opprimere i ceti popolari, il lavoro dipendente, i redditi da pensione con una pressione superiore al 50%.

Il Fisco ha smesso da tempo, lentamente e inesorabilmente, di essere la leva per promuovere una certa equità fra i vari settori della cittadinanza ed è diventato un’arma per la pratica di una vera e propria lotta di classe alla rovescia: non già forma di riscatto per il proletariato e i ceti meno ricchi, per ottenere una redistribuzione della ricchezza in forma diretta o indiretta, attraverso un buon welfare e servizi pubblici efficienti ed efficaci; quanto piuttosto l’arma che i più “ricchi” hanno sapientemente rivolto contro i più “poveri”, spostando su di loro circa l’80% del peso delle entrate fiscali e sottraendogli al contempo ogni straccio di welfare, fino a praticare il blocco dei contratti, il taglio delle pensioni, il precariato, la vendita del patrimonio pubblico, la privatizzazione dei beni comuni e ogni nefandezza che è stata compiuta in Italia in nome del risanamento. Come se invece all’appello non mancassero ogni anno circa 150 miliardi di tasse, come se quel debito pubblico mostruoso non fosse effetto diretto anche dell’evasione fiscale oltre che della spregiudicatezza del capitale che si è arricchito alle spalle del lavoro.

Purtroppo oggi non esiste la reale volontà politica di aggredire seriamente e definitivamente questo fenomeno. Le Agenzie sono quantitativamente incapaci di mettere paura agli evasori. La macchina fiscale gira in ossequio al principio che il fisco deve essere forte con i deboli e debole, anzi assente con i forti.

Un buon funzionario sarebbe in grado di recuperare duemila euro d’imposta per ogni ora di indagine fiscale. Anche qui lo dicono i numeri. Peccato però che il Governo di turno continui a tagliare gli organici, il salario accessorio, a tenere bloccati contratti e retribuzioni retribuzioni e peccato che ogni anno gli obiettivi strategici affidati alle Agenzie fiscali rivelino questa chiara volontà di non disturbare gli evasori fiscali.

Nel frattempo, anziché affidare e potenziare il ruolo delle Agenzie fiscali, la riscossione dei tributi resta in mano a soggetti privati, con esiti disastrosi che sconfinano perfino nel reato penale - come nel caso di Italia Tributi SpA che ha incassato i soldi dei tributi locali per uso privato - e che comunque generano contraddizioni da noi ampiamente denunciate, come nel caso di Equitalia SpA, una “banca delle banche” che fa profitto su un’attività che secondo noi dovrebbe essere interamente gestita in ambito statale e pubblico. Questo anche per dire che la risposta a Equitalia SpA non può e non deve essere una proliferazione di tante società private di riscossione.

Recentemente i quattro settori amministrativi del comparto Agenzie fiscali (entrate, dogane, territorio e monopoli) sono stati accorpati senza alcun criterio per ottenere un risparmio di pochi milioni di euro in cambio del caos organizzativo e funzionale garantito per qualche anno. Anche in questo caso si è trattato di un bel regalo per gli evasori. 

C’era una volta un Paese che applicava al reddito delle persone fisiche il principio della progressività e aveva aliquote superiori al 70% per i redditi dei “ricchi”. Oggi i ricchi evadono, l’imposta sul reddito è diventata quasi proporzionale, al pari di una qualsiasi imposta di consumo e le lavoratrici e i lavoratori dipendenti hanno davanti l’inesorabile cammino verso la soglia della povertà. L’unico obiettivo veramente alla portata - se non cambieranno radicalmente le cose - sembra essere il sorpasso di Turchia e Messico, tanto per essere primi in qualcosa.

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