Sardegna - Entrate, USB non firma l'accordo sull'orario di lavoro in DRE

Cagliari -

Non lo firmiamo perché riteniamo che il precedente accordo fosse migliore; è rimasto in vigore per 7 anni, e in questi anni non ha creato nessun disservizio (a precisa nostra domanda così ha risposto la Dre), né la Dre ha motivato su nostra richiesta la sua disdetta, affermando, nella persona del Direttore Regionale, che “non è necessario farlo”.

Ma le premesse di avvio della contrattazione dell’orario di lavoro non erano quelle che hanno visto alla fine tagliare alcuni istituti.

L’amministrazione si è presentata con la sua faccia buona, tanto che nel verbale di apertura della trattativa (verbale del 5 settembre 2013), troviamo queste affermazioni:

“L’Amm.ne apre i lavori alle ore 15.40 e rappresenta la necessità di procedere al rinnovo dell’Accordo in materia di orario di lavoro della Direzione Regionale della Sardegna. Ciò per due motivi essenziali:

  1. Recepimento delle clausole più favorevoli previste nel Protocollo d’intesa regionale sull’orario di lavoro;
  2. Impossibilità di continuare ad utilizzare l’istituto della banca del tempo, introdotta nel periodo di vigenza del CCN Integrativo Ministero Finanze – che ne prevedeva la possibilità – ma che non è stato recepito, successivamente, dal vigente CCNI Agenzia Entrate."

Sembrava troppo facile e troppo bello. Togliamo la banca del tempo, e integriamo con gli istituti più favorevoli. Qui in Sardegna la previsione di un recepimento delle clausole più favorevoli indica che tutti gli istituti previsti dal precedente accordo vengono salvaguardati. Ma non è così, ancora una volta la Sardegna sembra una terra di conquista dei vari direttori di passaggio, che tagliano e mostrano orgogliosi le medagliette di bravura a Roma (lo smembramento della cittadella finanziaria è una delle perle che mostrano orgogliosi!).

Così facendo, la flessibilità in entrata da 90 minuti diventa di 60 minuti, e la flessibilità in uscita, che era estremamente articolata per i vari profili di rientri e favorevole ai dipendenti, sempre nel rispetto della compresenza, viene tagliata a 45 minuti.

Questo è recepire le clausole più favorevoli? Ma fateci il piacere, direbbe Totò!

Ma questo è solo un pezzo dello “stralcio”: alcuni profili vengono esclusi dal rientro pomeridiano del venerdì, malgrado l’ufficio preveda un orario di servizio sino alle 17.30. Orario compatibile con tutte le tipologie previste dall’accordo, comprese le 9 ore.

Non ci piace nemmeno la parte dell’accordo che prevede che i riposi compensativi debbano essere usufruiti entro i quattro mesi successivi, questo perché, secondo quanto dichiarato dall’Amm.ne, il software ha difficoltà a distinguere gli straordinari trasformati in riposi, che come da contratto, devono obbligatoriamente essere usufruiti entro 4 mesi, dai normali riposi compensativi. Allora si fa un calderone unico. Crediamo che le macchine debbano essere al servizio dell’uomo e non viceversa. Ma evidentemente i programmi si possono adattare e diventare molto analitici, quando vogliono lor padroni, come abbiamo scoperto con CCPULSE e Cognos, programmi di controllo dell’attività dei lavoratori nei Centri di Assistenza Multicanale dell’Agenzia delle Entrate che abbiamo denunciato con un art. 28 alla magistratura del lavoro, sistemi che l’Amm.ne teneva in vita senza attivare le dovute procedure previste dalla legge.

Non firmiamo anche se abbiamo dato un contributo importante e formulato diverse proposte, alcune delle quali sono state recepite al tavolo, ma il risultato finale sembra fare un passo avanti e due passi indietro.

Le nostre proposte recepite sono, ad esempio:

  • un ulteriore orario con prestazione lavorativa di otto ore per due giorni, e di 6 ore e 40 minuti per tre giorni;
  • alla richiesta da parte dei lavoratori che si trovino in particolari situazioni, la Dre entro 10 giorni lavorativi, deve rispondere alla richiesta di particolari forme di lavoro flessibile, garantendo la massima flessibilità;
  • la richiesta di allungamento della flessibilità in uscita da 30 a 45 minuti;
  • di indicare nell’accordo, la data di decorrenza, la clausola di salvaguardia per eventuali contrasti sull’applicazione dell’accordo, nonché la previsione di una verifica entro alcuni mesi.

Abbiamo lavorato a rendere migliore l’accordo, ma il risultato finale non è soddisfacente, alcune migliorie finali per rendere meno amaro il boccone non sono sufficienti. Si arriva ad una ulteriore sforbiciata dei diritti, senza alcun motivo, solo perché così piace a loro, che fortemente hanno voluto rimodulare le conquiste dei lavoratori. E tutto questo avviene nel proseguo non sappiamo sino a quando del blocco degli stipendi, con carichi di lavoro sempre più gravosi, con un clima di caccia alle streghe nei confronti dei dipendenti pubblici e dei lavoratori delle agenzie fiscali!

Ma i tempi che corrono, di vacche magre, di crisi economica, non giustificano il taglio dei diritto, che nulla costano alla comunità e alla collettività. Questi diritti invece di essere tagliati, in tempi di crisi andrebbero ampliati, perché molte famiglie si fanno carico di situazioni pesanti, che li obbligano a continuare a “lavorare” in senso lato fuori  e occuparsi sino allo stremo dei loro cari non avendo reddito per pagare badanti o asili nido, anche perché lo stato è latitante sul piano dell’assistenza sociale. In queste situazione sociale, perché tagliare la flessibilità? Cambiano le famiglie, sempre più nucleari e aperte, cresce il numero dei single nel paese, gli istituti di legge previsti negli accordi spesso non sono sufficienti a coprire spazi di solidarietà attiva in caso di necessità effettiva. Non è folle quindi ridurre gli istituti di flessibilità? Alla realtà composita della società, i burocrati rispondono col volere  uniformare le diverse realtà alla loro concezione, al loro pensiero archeologico e mettere quindi ordine!!

Vogliamo rimarcare la scorrettezza dell’Amm.ne che nel corso della contrattazione ci ha escluso non fornendo la sua proposta inviata ad altri soggetti.

Non capiamo la scelta dell’Amm.ne, se non determinata da un appiattimento alle direttive interne (leggi circolare Pastorello), come non capiamo la passività di alcune sigle, alle quali va anche in parte addebitato l’arretramento del movimento dei lavoratori, movimento che ha reso grande a suo tempo le conquiste fatte.  Da quelle conquista fatte allora dobbiamo ripartire. Lo sciopero del 18 ottobre a cui chiama la Usb e il sindacalismo di base puo’ e deve diventare un momento di inversione di tendenza. Una buona occasione.

Non dobbiamo aspettare un minuto di più! Apriamo una vertenza nazionale per il salario e per il diritto al reddito, pretendiamo la fine della stretta salariale e del blocco dei contratti e delle pensioni per ridistribuire ricchezza e reddito.

 

 

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