Toscana - Aperta la caccia al fannullone pubblico. Ultimi posti disponibili.

Firenze -

Dalla notte dei tempi i cittadini si sono trovati molto spesso a combattere contro la pubblica amministrazione e la sua burocratica organizzazione invece che essere serviti da questa, ed ovviamente una delle ricadute non può che essere stata la pubblica disaffezione verso i lavoratori con i quali, loro malgrado, veniva identificata.

C’è poi da considerare che per decenni ministeri ed enti locali sono stati considerati ottimi serbatoi elettorali da rimpinguare con assunzioni clientelari spesso inutili o geograficamente scompensate.

Tutto questo, condito da dirigenti anch’essi frequentemente designati per le loro affezioni politiche anziché per le loro qualità manageriali e dall’esistenza di “trattamenti di favore” per intere categorie, ha portato ad un crescente malumore contro un settore identificato come fonte di spreco e lassismo.

Adesso, anche per cavalcare l’onda emotiva della “caccia all’untore”, si vuol far credere che è possibile risolvere i mali del Paese con una urgente riforma del settore.

 

Ma cerchiamo di analizzare un minimo la questione.

 

Tra le ipotesi contenute nel provvedimento in corso di scrittura vi è la cessione a privati di servizi, strutture e personale. La prima domanda, pertanto, da porsi è: “Questi servizi che devono essere privatizzati sono utili o inutili per la comunità?” Perché se sono inutili tanto vale abolirli ed utilizzare in altra maniera il relativo personale, mentre se sono di utilità perché mai un privato li acquisirebbe se non vi intravedesse una qualche fonte di guadagno?!

 

E come sarebbe possibile ricavarne qualcosa se attualmente sono considerati fonte di spreco? Il conto non torna a meno che si voglia risparmiare sulla qualità, già spesso scarsa, dei servizi e sulla parte economica dei contratti o rendendo a pagamento ciò che adesso è gratuito per i cittadini.

 

 

Torniamo ora sulla questione nullafacenti, più famosa come questione fannulloni. Se ve ne sono stati – e ve ne sono sicuramente stati, vuoi per mancanza di coscienza civica individuale ma soprattutto per la “cattiva” organizzazione del lavoro – questi sono adesso una razza fortunatamente in via d’estinzione, anche se permangono diffuse “incapacità” manageriali alla radice del problema. Utopistico nella stragrande maggioranza delle situazioni, invece, legare aumenti salariali al rendimento senza dare carta bianca ad un giudice parziale, perché troppo varie e inconfrontabili fra loro le tipologie di lavoro svolte nelle diverse realtà lavorative.

Inaccettabile, infine, prevedere un tempo massimo della durata dei periodi di malattia oltre i quali scatterebbe la risoluzione del rapporto. Giusto e doveroso combattere falsi malati - così come va combattuta ogni forma di truffa – altra e assai dannosa cosa è disfarsi di un ferito per non “sprecare” i soldi in assistenza

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