Entrate - Progetto telelavoro, così si ritorna al passato

L'Agenzia presenta un progetto vuoto che non tiene conto dei reali bisogni di chi lavora

Roma -

Nella riunione del 17 maggio l’Agenzia delle Entrate ha presentato un progetto di telelavoro sperimentale che coinvolgerà 100 unità di personale nell’intero territorio nazionale. L’Agenzia ha ragionato secondo noi esattamente al contrario di ciò che dovrebbe essere, ossia è partita dalle proprie esigenze piuttosto che da quelle della platea dei lavoratori che potrebbero essere interessati a tale forma lavorativa, individuando immediatamente le attività telelavorabili e quindi individuando le professionalità destinatarie di tale lavorazione. Inoltre riteniamo assurdo che nel piano presentatoci dall’Amministrazione non vi sia alcun accenno ad alcun criterio per selezionare il personale interessato in modo da garantire l'accesso a questa particolare forma contrattuale sulla base di una graduatoria e non dell’arbitrarietà della scelta del dirigente. Anche per questo motivo abbiamo rispedito al mittente la proposta articolata in questi termini. Ascoltando gli interventi dell’amministrazione, che ha parlato anche per mezzo del Comitato pari opportunità presente al tavolo, e ascoltando anche quelli di qualche organizzazione sindacale, abbiamo avuto la netta sensazione di un ritorno al passato.

 

Ci sono parse lontanissime, come solo sognate e mai avvenute, le mobilitazioni delle donne che chiedevano il diritto al lavoro e parità di diritti nella sfera sociale. I diritti che si rivendicavano, chiedendo un’attenzione particolare verso le donne, avevano alla loro base la constatazione del doppio ruolo che le donne svolgono nella società moderna. La quasi totale assenza di servizi sociali nel nostro Paese non doveva e non deve essere pagata dalle donne e perciò non può essere considerato un “privilegio” il fatto di poter lavorare a casa, accudendo nello stesso tempo gli anziani e/o i bambini. Le varie manovre finanziarie – correttive e non – saccheggiano da anni le poche risorse ancora a disposizione per asili nido, scuole materne, servizi sociali per gli anziani, per i bambini, per i portatori di handicap. E così, invece di pretendere la riqualificazione e l’espansione dello stato sociale per difendere i diritti conquistati negli anni passati dalle donne, che pretendevano di non essere emarginate dal mondo del lavoro, le si condanna a sopperire alle carenze della nostra società. E sarebbe questa la risposta al bisogno di pari opportunità? Stessa cosa vale per i portatori di handicap: non possiamo affidare al telelavoro le risposte che non arrivano dalle nostre infrastrutture inadeguate ai bisogni particolari di molti lavoratori. Abbiamo visto uffici in cui sono negati i più elementari diritti, come il diritto d'assemblea, per l'inaccessibilità dei luoghi; perfino la sicurezza è carente, con sistemi di allarme non adeguati.

 

L’amministrazione che noi vorremmo dovrebbe essere capace di investire in asili nido e servizi per i lavoratori, dovrebbe destinare qualche “auto blu” ad accompagnare in ufficio i colleghi con handicap e dovrebbe ad esempio mettere i centralinisti ciechi nella condizione di poter lavorare bene in ufficio. Finché non si interverrà in modo strutturale, per difendere i piccoli e i grandi diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, non potrà mai essere una libera scelta quella di chi chiede di accedere al telelavoro domiciliare.

 

Queste sono le vere pari opportunità, nel rispetto della dignità di ogni lavoratore. E finché prevarrà questo stato di cose, il telelavoro sarà solo un brutto ritorno al passato, l'ennesimo travestito con i panni della “modernità”.