Entrate Lazio: quota 800!

Roma -

Chi ritiene che la questione salariale sia un punto fondamentale dell'azione sindacale e che da essa dipenda una buona parte della dignità dei lavoratori, insieme con un degno sistema di diritti, non può non ammettere questo fatto: che l'unico spazio rimasto praticabile per ottenere un miglioramento percepibile del livello salariale di ciascuno è quello del salario accessorio, altrimenti definito dall'amministrazione e da altri aficionados, salario di produttività.

Grazie alla sottrazione di una importante fetta dei fondi destinati a remunerare la produttività, nel gennaio 2004, fu possibile ottenere sul primo contratto Agenzie Fiscali, un innalzamento del livello retributivo ben oltre la media nazionale del settore Pubblico Impiego. E grazie a un primo segnale, giunto qualche mese dopo, si ottenne una ulteriore stabilizzazione del salario di produttività grazie al riconoscimento di una quota fissa parametrata esclusivamente sulle presenze e sul profilo retributivo di ciascun lavoratore. Che quella cifra, partita dall'accordo nazionale su una base di 2.500 euro sia poi arrivata a destinazione (le tasche dei lavoratori) distrutta dal viaggio, è cosa che attiene ai misteri del prelievo fiscale e contributivo. Di fatto però, quel secondo passo era importante. A patto però che ne seguissero altri nella stessa direzione.

Accadde invece che la restante parte del salario accessorio/di produttività diventasse oggetto della peggior politica salariale che un'organizzazione possa perseguire e che un sindacato possa avallare. L'accordo nazionale sul 2004, quello sul 2005, l'ultimo ancora, sul 2006, hanno incoraggiato e sostenuto la proliferazione di indennità, destinate a remunerare posizioni organizzative, incarichi di responsabilità e prestazioni professionali di varia natura e contenuto (riusciamo a contarne più di dieci). Con la trattativa locale la famiglia delle indennità si moltiplica e ci si trova davanti allo spaventevole compito di liquidare decine di indennità. Sempre i citati accordi nazionali prevedono l'odiosa ripartizione del salario di produttività in due fette, un 62% contro un 38%, destinate ad allargare un ingiustificato divario fra lavoratori che, a parità di profilo retributivo, di mansioni, di responsabilità e di presenze, percepiscono somme inferiori anche del 400% per il solo fatto di lavorare all'area Servizi piuttosto che all'area Controllo. Altri guasti sono prodotti da altre maggiorazioni, come quella destinata ai front office, che l'accordo nazionale stabilisce in 9 euro giornalieri in continuità di servizio e che spesso materialmente non si riesce a pagare che per 6-7 euro al massimo. Ciò comporta una scelta problematica per le organizzazioni sindacali: garantire ai lavoratori la corresponsione degli importi attesi (rastrellando risorse destinate ad altri lavoratori dello stesso ufficio), oppure prendere atto dell'insufficienza dei fondi (provocando la legittima reazione dell'impugnazione degli accordi locali dinanzi al giudice).

Non va taciuto il fatto che gli accordi nazionali immaginano una situazione organizzativa stabile e consolidata di cui nella pratica degli uffici locali non c'è traccia: sappiamo tutti benissimo che gli accordi nazionali subordinano la corresponsione delle varie indennità al fatto che ci sia un incarico formalizzato e che poi gli accordi locali superano questa disposizione con disinvoltura e leggerezza, esponendo ancora una volta gli stessi accordi alla possibilità d'impugnazione.

Infine, la distribuzione del salario di produttività su base parametrale amplifica gli effetti di un meccanismo che già per quanto detto è in grado di generare mostri contabili. I dati scaturiti dagli accordi locali sul FPS 2004 (ormai cristallizzati), raccolti sul territorio nazionale, rivelano l'abisso che si è scavato fra i lavoratori. Questo non è giustificabile né con la produttività, né con la professionalità, né con il merito.

Chi ritiene che la questione salariale sia un punto fondamentale dell'azione sindacale e che da essa dipenda una buona parte della dignità dei lavoratori, non può accettare oltre questa situazione. Nessuno può sentirsi così rappresentativo da spostare da una tasca all'altra migliaia di euro, in nome di una produttività che prima di essere individuale è necessariamente un fatto collettivo, organico, strutturale. Nessuno può sentirsi così rappresentativo da sottoscrivere accordi che non assicurino in futuro, a prescindere da altre valutazioni, una quota che non sia pari almeno a una mini-mensilità. Le firme raccolte nel Lazio dimostrano la grande attenzione dei lavoratori sul tema del salario accessorio. Per noi rappresentano anche l'impegno a cambiare le regole di corresponsione, per fare in modo che nessun lavoratore abbia meno di 800 euro. Si tratterebbe di 3,5 euro al giorno.... in nome della produttività.

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