Veneto – Entrate, Piani Ferie alla DP di Verona: il “NUOVO” che avanza

Verona -

All’inizio di questa pandemia, un coro pressoché unanime sosteneva che nulla sarebbe stato più come prima. Ed in effetti lavoro, scuola, commercio, trasporti, fruizione del divertimento e del tempo libero, frequentazione di bar e ristoranti, relazioni sociali e chi-più ne-ha-più-metta, sono stati messi sottosopra e rivoltati come calzini.

Della DP di Verona, invece, tutto si può dire tranne che il cambiamento imperversi: granitica, come se nulla le stesse accadendo intorno, la conduzione di chi la dirige ricorda quegli sparuti soldati giapponesi che, asserragliati nelle giungle del Pacifico, non si rassegnavano ad arrendersi al nemico perché nessuno li aveva avvisati che la guerra era nel frattempo finta.

Fuor di metafora, come giudicare altrimenti una DP che anche per quest’anno – incurante di sprofondare nel grottesco e di coprirsi di ridicolo - esige dai propri dipendenti una programmazione delle ferie per tutto l’anno nonostante un’emergenza sanitaria che non conosce fine?

Anzi, emergenza che addirittura accelera caratterizzata com’è da un continuo alternarsi di zone gialle/rosse/arancioni e da una limitazione delle libertà di movimento delle persone che nessuna autorità è in grado di programmare oltre lo spazio di una settimana, se non addirittura di solo qualche giorno. Dove nemmeno gli impegni derivanti da contratti miliardari riescono a rispettare la programmazione per la fornitura dei vaccini.

Quello che non si pretende dal gigantesco apparato di autorità governative, sanitarie, locali e territoriali messo in campo per fronteggiare l’epidemia, deve essere invece assicurato dal singolo lavoratore dell’Agenzia delle Entrate di Verona: esortato a prevedere in quale mese dell’anno si potrà tornare a spostarsi da una regione all’altra o da un comune all’altro o da uno stato all’altro nonchè incalzato perché indovini quando (e quali..) alberghi, ristoranti, impianti di risalita, stabilimenti balneari, musei e monumenti saranno nuovamente aperti ed accessibili per un godimento delle ferie che non sia quello deprimente di doversene stare praticamente chiusi in casa.

Opzione, quest’ultima, che peraltro l’Agenzia trova evidentemente del tutto normale visto il muro con cui impone anche quest’anno la fruizione delle ferie residue entro-e-non-oltre il prossimo 30 aprile, nonostante da lunedì 15 marzo circa 43 milioni di persone – il 72% della popolazione italiana – distribuite in 11 regioni debbano nuovamente adattarsi per almeno tre settimane al cumulo delle limitazioni introdotte per contenere la diffusione dei contagi.

Un temperamento “avveniristico”, quello della DP di Verona, di cui avevamo avuto peraltro prova già lo scorso dicembre in occasione della trattativa sullo svolgimento del lavoro agile nei nostri uffici.

Il lavoro agile, dice la legge che lo istituisce, nasce per “…agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro” promuovendo “il lavoro agile quale modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro…” cosicché è stata individuato l’arco temporale dalle 7.30 alle 20.00 come possibilità del dipendente di svolgere in maniera flessibile la propria attività lavorativa quotidiana.

La DP di Verona (con il beneplacito dei soliti sindacati complici e RSU al seguito) ha pensato bene di snaturare la finalità del lavoro agile disponendo una fascia fissa di contattabilità per tutto il personale dalle 8.30 alle 12.30 più ulteriori fasce di contattabilità da concordare con il proprio capo struttura, che evidentemente ipotecano la libertà di svolgimento dell’attività lavorativa nell’arco temporale e nei termini di cui sopra.

Da ultimo, difficile sfuggire da una certa sensazione di stantio che riverbera dal recente atto dispositivo 10/2021 che ha disposto una corposa ridistribuzione di personale tra le varie strutture della DP. In mancanza degli esiti delle indagini conoscitive sulle aspirazioni del personale a svolgere mansioni diverse, abrogata l’organizzazione del lavoro quale materia di contrattazione sindacale, eliminata dagli atti dispositivi la formula “…. acquisita la disponibilità del dipendente”, è inevitabile che congetture e sospetti si addensino circa la volontarietà o meno di tali spostamenti nonché sul loro carattere premiale o punitivo oppure semplicemente discriminatorio.

L’interrogativo sorge spontaneo: ma qual è il criterio di scelta adottato quando non si trovano volontari? È il curriculum che fa da parametro di valutazione o è altro? Nella consistente quanto inusuale fuoriuscita di personale dall’Area IMD (tutti volontari?...), che inevitabilmente balza all’occhio più di altre, è questo il criterio adottato o c’è sempre chi, magari con molti meno titoli professionali al suo attivo ma forse più "militanza" da vantare, continua sistematicamente a “sfangarla”? La tanto invocata riforma della Pubblica Amministrazione, ci pare, passa anche da una risposta sostenibile a questi interrogativi cronici.

USB PI – Agenzie Fiscali Veneto

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